Zona franca, il sogno nel cassetto dell’Isola

La zona franca è forse la più grande utopia della storia autonomistica della Sardegna. E’ il sogno che la nostra classe dirigente non ha saputo o forse non ha mai voluto realizzare.

Inserita dal 1948 nello Statuto è stata ad esempio uno dei cavalli di battaglia dello storico Partito Sardo d’Azione che sin dal 1921 ha chiesto l’autonomia fiscale e doganale della regione sarda.
Nel 1998, sotto la Giunta guidata da Federico Palomba, dopo una lunga trattativa con il Governo era stato emanato il famoso decreto legislativo n. 75 del 1998 che ha istituito la zona franca doganale nei porti di Cagliari, Portovesme, Arbatax, Olbia, Oristano.


Eppure nel corso degli anni questo provvedimento, che avrebbe potuto dare un po’ di ossigeno alla asfittica economia della Sardegna, non è stato inspiegabilmente mai attuato.


La questione è stata riportata alla luce nel 2002 dal Movimento Zona Franca Sardegna che non solo ha riaperto il dibattito sulla zona franca, sulle agevolazioni fiscali alle imprese e sulla eccessiva tassazione nella nostra isola, ma ha sostenuto che la normativa vigente può consentire alla Sardegna di ottenere il regime della extraterritorialità: in sostanza il movimento sostiene che esiste la possibilità di creare in Sardegna una grande zona franca integrale simile a quelle esistenti a Livigno e Campione d’Italia.


Il grande pregio del movimento è stato sicuramente quello di far conoscere all’opinione pubblica sarda delle problematiche particolarmente complesse dal punto di vista tecnico-giuridico coinvolgendo la popolazione e gli amministratori comunali.
In questo blog cerco di raccontare perché la zona franca in Sardegna non ha mai trovato spazio e attenzione. E’ una grande opportunità per la Sardegna o un grande bluff?


La mobilitazione per la zona franca
La grande mobilitazione popolare per la zona franca integrale – culminata in una grande manifestazione tenutasi a Cagliari (se ne parla nel post Zona franca, una battaglia storica per la Sardegna) – ha portato il Parlamento italiano alla riscrittura dell’articolo 10 dello Statuto con il rilevante risultato politico di allargare lo spettro dei possibili interventi regionali per alleggerire le tasse nell’isola.
Eppure per lungo tempo questa modifica statutaria non è neppure stata riportata nel sito istituzionale della Regione.


Nell’ultimo scorcio della scorsa legislatura la zona franca ha tenuto banco nel dibattito in Consiglio regionale con alcune iniziative legislative.
Importanti associazioni di categoria, come la Cna Sardegna, si sono interrogate sulla bontà del progetto cercando di analizzare i costi e i benefici di una esenzione totale dell’Iva nel caso di zona franca integrale.
Eppure alla vigilia delle elezioni regionali del 2014 questa grande mobilitazione popolare, che si sarebbe dovuta gestire in maniera assolutamente apartitica, è stata strumentalizzata durante la campagna elettorale ha visto vincente il centrosinistra guidato da Francesco Pigliaru
La Giunta regionale, allora guidata da Ugo Cappellacci, aveva calvalcato il progetto per la zona franca integrale facendo intuire che fosse assolutamente realizzabile (se ne parla in questo post Zona franca: la Sardegna incassa l’ok dell’Ue).


Dopo l’ok dell’Unione Europea all’esenzione doganale e il nulla osta dell’Agenzia delle Dogane (che pare non avesse sollevato alcun rilievo sulla possibile estensione del decreto legislativo 75 del 1998 a tutto il territorio dell’isola utilizzando come punti di ingresso e di uscita gli scali portuali ed aeroportuali sardi) per i fautori del progetto tutto sembrava pronto: dal gennaio 2014 in Sardegna sarebbe dovuta partire la zona franca integrale.
La cosa ovviamente non è avvenuta.


Il dibattito, che probabilmente vista la complessità dell’argomento avrebbe richiesto un confronto più tecnico, è diventato un cavallo di battaglia della campagna elettorale: centrodestra a favore, centrosinistra contro.
Il Movimento Zona Franca, trovando nell’ex governatore Cappellacci l’unico interlocutore, ha fatto a quel punto l’errore di schierarsi politicamente spaccandosi al suo interno e perdendo appeal agli occhi dell’opinione pubblica.
I sardi, scottati dai cinque anni di promesse berlusconiane, non hanno creduto al sogno di una Sardegna duty free sbandierato dall’ex governatore Ugo Cappellacci, ma hanno dato retta al realismo e alla pacatezza di Francesco Pigliaru.


Allora cosa è successo?
Dopo le elezioni la zona franca è praticamente scomparsa dall’agenda politica, nonostante le altre regioni italiane stiano puntando con decisione su questo strumento fiscale. Il movimento ha dato qualche segno di risveglio lo scorso agosto (se ne parla nel post Tasse e zona franca, assemblea a Bonarcado) ma la zona franca integrale sembrava ormai archiviata anche perché l’attuale assessore regionale alla Programmazione Raffaele Paci, in sede di dibattito in Consiglio regionale, l’ha definita senza mezzi termini un “inganno”.
Morale: neppure i punti franchi doganali nei porti di Cagliari (dove c’è già la perimetrazione e da anni si discute sul progetto industriale), Olbia, Oristano, Porto Torres, Portovesme e Arbatax sembrano più una priorità, nonostante il decreto Palomba del lontano 1998 ne permetta la realizzazione e nonostante la Giunta Pigliaru abbia assunto un impegno formale in Consiglio regionale.


A riaprire il dibattito ha pensato una diffida dell’Agenzia delle Entrate che ha intimato il movimento a non utilizzare il logo dell’agenzia nel sito: secondo il Fisco in Sardegna non esiste infatti alcuna zona franca.
Il dibattito sulla zona franca integrale è dunque ancora aperto. Il centrodestra di Cappellacci promette battaglia. Ma il movimento è spaccato con l’unico consigliere regionale eletto in Consiglio regionale che prende sempre più le distanze dai fondatori Maria Rosaria Randaccio e Francesco Scifo.
Staremo a vedere come andrà a finire.

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