Dal Muto di Gallura alla narrativa sarda della seconda metà dell’Ottocento

A seguire, la monografia scritta dal Prof. Massimo Caddeo che ha come stimolo di partenza il “muto di Gallura”

mutoPer coinvolgimento passionale e per svolgere al meglio i miei impegni di lavoro, scolastici e di collaborazione editoriale, trascorro il mio tempo libero nella consultazione di pubblicazioni, recenti e meno recenti, che raccontano il percorso della nostra letteratura nel corso dei secoli. Non sempre lo scopo didattico o editoriale è chiaro e predefinito; spesso a invogliare e guidare la ricerca è uno stimolo occasionale, un desiderio del tutto personale come quello, per così dire nazionalistico, che di recente mi ha indirizzato verso gli scrittori della mia terra, complici i miei soggiorni estivi in Gallura. Pur con l’attenzione rivolta agli aspetti più marcatamente marini di queste vacanze, consumate centellinando il gusto salino di decine e decine di incantevoli spiagge, non ho mai smesso di interessarmi delle tradizioni storico – letterarie della mia terra.

Lo scorso anno una breve e godibile escursione all’interno dell’isola mi ha portato, con finalità peraltro dichiarate inizialmente solo come gastronomiche, nella zona di Tempio Pausania, tanto cara alla mia famiglia che in questi territori possedeva in passato terreni e sughereti. Meta l’agriturismo Il muto di Gallura, nel paese di Aggius (1), si pronuncia agghiu, scelto non a caso e non soltanto per la qualità della sua cucina, la celebrata ospitalità e la bellezza della campagna circostante, ancora ricca di selvaggina. Mi attirava il desiderio, nascosto alla mia famiglia, di immergermi nuovamente, dopo tanti anni, in un ambiente stimolante anche dal punto di vista affettivo, oltre che per me storicamente e culturalmente avvincente. Nelle ore precedenti il breve viaggio non potevo fare a meno di portare alla mente i tanti ricordi della mia terra e del mio vissuto familiare che, con ondate successive che potevano ricordare il fluire della familiare ottava ariostesca, arrivavano incessanti e continue, traducendosi in immagini di indubbio fascino. Il primo in assoluto a parlarmi del muto di Gallura era stato un cugino di mia madre, Enrico, figlio del bolognese Arturo Baravelli, giunto in Gallura alla fine dell’Ottocento per una partita di caccia e mai più ripartito. Arturo, valente ingegnere, appassionato cacciatore, amante delle tradizioni popolari, aveva poi sposato una sorella di mio nonno, Eugenio Farina, proprietario terriero e a tempo perso, e per il piacere della famiglia e di poche occasioni pubbliche nelle quali con maestria degna di un Serafino Aquilano (2) improvvisava versi, valente poeta dialettale. Lo zio Enrico mi aveva affascinato fin da quando, bambino, ascoltavo, con timore reverenziale, i suoi racconti sulla terra dei miei avi, ambientati in una campagna palpitante per l’inebriante profumo del mirto, dell’asfodelo o del sughero appena scorzato, che costituiva allora una delle poche risorse di una terra severa e isolata, odori e colori che si mescolavano nel lussureggiante prevalere di gialle margherite. Ricordo che conobbi allora, senza capirne il significato, l’esistenza di termini come faida, bardana (3), grassazione, ascoltando la sua fluente e continua narrazione con un terrore riservato in parte ai contenuti e in parte all’apparizione di qualche presenza sconosciuta, ai miei occhi di bambino potenzialmente ostile. La sua professione di affermato giornalista e direttore di quotidiani lo aveva allontanato sovente dalla sua amata Gallura e quando, in tarda età, decise di tornare fu una festa per tutti, coronata dalla pubblicazione dei suoi ricordi di infanzia, frutto della sua innata capacità nel trasferire sulla carta le proprie esperienze e le impressioni di quanto veduto con i suoi occhi di appassionato e genuino scopritore di un mondo sconosciuto. Il libro, dal titolo assai attinente di Cronache della vecchia Gallura, divenne una delle mie frequentazioni letterarie preferite, stimolo al ricordo e ad una nuova comprensione di quel mondo legato all’infanzia e all’oralità.

di Massimo Caddeo

Per proseguire la lettura cliccare su Muto di Gallura

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