Conflavoro Pmi: “Le istituzioni considerino il suicidio dell’imprenditore una morte bianca”

“E’ di queste ore la notizia del giovane imprenditore di appena 24 anni che si è tolto la vita nel padovano, impotente dinanzi alla situazione debitoria della sua azienda. Sia chiara una cosa: queste persone sono da considerarsi a tutti gli effetti vittime di un sistema malato. Sono da considerarsi morti bianche e le istituzioni non devono voltarsi dall’altra parte, ma agire e trattare questo triste fenomeno come morti sul lavoro”.

 

E’ questo il pensiero di Roberto Capobianco, presidente nazionale dell’associazione delle piccole e medie imprese Conflavoro Pmi, dopo che un imprenditore di Trabaseleghe si è suicidato a seguito dello sfratto esecutivo che aveva colpito la sua azienda.

 

Debiti, burocrazia, disoccupazione: un vortice da cui, purtroppo, non tutti hanno la forza e la fortuna di uscire indenni. E, difatti, il numero di suicidi per motivazioni economiche fotografa una crisi che, almeno in Italia, è ancora prepotente: circa 900 casi dal 2012 a oggi, con crescite che riguardano anche i giovanissimi under 25. Per Conflavoro Pmi il fenomeno si può arginare solo con nuove e più incisive politiche di Welfare.

 

“Ma anche – sottolinea Capobiancocon una profonda riforma del sistema lavoro in ogni suo aspetto: dalla deburocratizzazione, così che possa essere facilitare l’azione delle imprese, fino a un serio piano di incentivi che contribuisca a sviluppo e occupazione. L’abc, in sostanza, da mettere in pratica per spingere la ripartenza del mercato del lavoro e dunque dell’economia. È sempre difficile entrare nelle valutazione delle cause che provocano gesti così estremi. Resta il fatto che fra le motivazioni, troppo spesso, ci sono quelle delle difficoltà economiche, legate alla difficoltà di accedere al credito, di superare le pastoie della burocrazia, di garantirsi una tranquillità di vita e di esistenza per sé e per la propria famiglia”.

 

Prima del giovane imprenditore del padovano, un altro caso emblematico si era verificato a maggio, con il suicidio di un altro imprenditore di 56 anni di Castelsantangelo sul Nera in provincia di Macerata. L’uomo riteneva ormai impossibile riaprire la propria attività economica dopo i danni causati alla stessa dal terremoto. Più recente, fra gli altri episodi, anche quello di un artigiano di Montopoli Valdarno, nel comprensorio del Cuoio In Toscana, morto suicida accanto al suo strumento di lavoro, il furgone.

 

I dati di Link Campus University, che si occupa del monitoraggio dei suicidi dovuti a difficoltà economiche, sono aggiornati al secondo semestre 2017 con 878 casi, ma la tendenza non sembra variare nei primi mesi del 2018. “In questa ricerca – commenta Capobianco – ci sono alcuni segnali che preoccupano particolarmente. Il primo è che la maggioranza dei casi si riferisca all’area geografica del nord-ovest, quella che dai dati risulta la più ricca e produttiva del Paese e che ha anche risentito maggiormente degli ultimi anni di crisi. L’altro è che sono in crescita i suicidi che riguardano i giovani under 35 e, anzi, addirittura dei giovanissimi sotto i 25 anni”.

 

“Dati tragici – conclude Capobianco – che devono far riflettere sugli effetti che hanno sulla vita degli imprenditori, degli artigiani, ma anche dei semplici lavoratori le politiche economiche di un Paese, ma anche le diverse ondate di crisi che investono il reparto produttivo. Anche di queste vite, anche di queste storie, si deve occupare una politica che mette al primo posto il bene dei propri cittadini”.

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